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Merce di scambio, di Pina Nuzzo
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“Oltre 600 ragazzine particolarmente vulnerabili – 187 negli ultimi dieci mesi – sono state sistematicamente violentate negli ultimi cinque anni da una gang di pedofili che le prelevava da case di accoglienza per minori. La sconvolgente vicenda è venuta in luce a Liverpool, in seguito alla condanna di nove uomini di origine asiatica: avrebbe, secondo il Times, dimensioni molto più vaste di quelle emerse durante il processo”. http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/453492/ 

Questa notizia apparsa sulle tv e sui giornali italiani il 9 maggio è un pugno nello stomaco per quello che dice e per la quantità di ragazzine coinvolte. Come possono accadere fatti del genere senza che nessuno se ne accorga? Senza che nessuno intervenga? 

Un altro pugno l’ho sentito forte stamattina leggendo la notizia delle “ragazze sfruttate, violentate, marchiate a fuoco come fossero bestie. E poi sbattute sulla strada, in via Tiburtina e in via Aurelia. Era quello che accadeva almeno da tre anni a una ventina di giovani fatte arrivare a Roma con la promessa di un lavoro onesto e trasformate invece in prostitute” (Corriere della sera, pagine di Roma 16 maggio 2012)

 

Quante volte ancora dovrò sentire questo pugno? E sentirmi responsabile? Perché mi sento anche responsabile. Mentre assisto impotente all’annientamento sistematico di un genere, considero che non ho abbastanza potere per modificare i rapporti di forza che regolano i generi. Mi è sempre più chiaro che il patriarcato, in tutte le sue forme, si rafforza – anche in una democrazia – su un patto non detto, non scritto, ma conosciuto e riconosciuto da tutti i maschi, che ha come merce di scambio le donne. 

Ci sono state fasi della politica delle donne in cui abbiamo lottato per avere leggi adeguate contro il delitto d’onore, lo stupro e le molestie. C’è stato un momento in cui, nell’Udi, abbiamo usato una parola nata altrove – femminicidio – pur di richiamare l’attenzione delle istituzioni e dei media sulle tante donne uccise “per amore”. Poi abbiamo fatto una Staffetta di donne contro la violenza sulle donne che è durata un anno di cui quasi nessun giornale nazionale ha sentito il dovere di parlare. Nessuna meraviglia; ciò che non si può spendere nei partiti non esiste politicamente, né mediaticamente. Ma la cosa che a me interessa sottolineare in questo momento è un’altra. 

Preparando la Staffetta avevamo operato uno spostamento su noi stesse; siamo andate nelle piazze, nelle case, nei paesi, nelle carceri, nelle scuole… non più da vittime,  ma come testimoni. Concetto ripreso e consolidato nei sit-in organizzati nell’Aprile scorso,  in occasione del processo per lo stupro avvenuto a Montalto di Castro, da molte donne che avevano esperienza di quella Staffetta. 

Lo slogan è stato ed è: “una donna sola è una vittima, insieme diventiamo testimoni di un crimine contro le donne. 

Questo crimine sarebbe cancellato da tempo se anche i maschi lo avessero voluto. Non ci sarebbero stupri e violenze se la convivenza tra i generi fosse regolata nel rispetto dei corpi e delle loro differenze. Mi aspetto ancora dagli uomini che rispettano le donne che non accettino più di vivere in un mondo dove le donne sono  merce di scambio. Mi aspetto che prendano coscienza delle loro responsabilità, reali e simboliche. Prendano iniziative autonome e concrete.

 La tenacia con cui tengono le donne fuori da tutti i luoghi decisionali immiserisce anche il genere maschile e li rende tutti complici dei gesti violenti e perversi di alcuni. 

I crimini contro le donne pesano come un macigno su ciascuna di noi e sulla nostra politica, ci ricacciano continuamente nell’insignificanza, anche in una società come la nostra dove le donne hanno molto lottato e molto conquistato. 

Per continuare a fare politica con un respiro ampio dobbiamo spostarci, come abbiamo fatto nella Staffetta dove, testimoniando insieme, ci siamo affrancate dal sentirci vittime. In politica dobbiamo spostarci da un pensiero minoritario su di noi alla titolarità di noi. Trovare insieme una lingua nuova per parlare a noi e di noi






Marta Ajò

E-mail: donne@marta-ajo.it
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